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Stai leggendo: "Lulubelle XX" di Quinto Moro

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Parte 2: Dawn of the living cows

 

Abbioccata al chiaro di luna, Lulubelle avvertì le vibrazioni sotto gli zoccoli e il rumore salire dalla strada. Il ronzio del Qashqai era seguito da quello di uno o due più borbottanti mezzi. Lulubelle contò sei fari puntati sul campo, due su tutti abbagliavano la campagna sino alla stalla. C’era un vociare concitato d’indecisi tra la furtività e il chiasso. Ombre umane balenarono davanti a quelle luci puntate sulla spianata, e presto la banda raggiunse la stalla. Non entrarono subito, poiché il potere della puzza li teneva lontani come un vento di bufera sfidato da una voce che chiamava con fermezza e urgenza. Emma chiamava Lulubelle e ancora Lulubelle, vieni qui, fatti vedere, siamo qui per te. La Signora Archibald aveva visto giusto, Emma era tornata alla carica con dei rinforzi. Amici o nemici? Lulubelle muggì con quanto fiato aveva in corpo per svegliare Padron Archibald, o quantomeno la moglie dal sonno leggero.

Un faretto danzava nell’oscurità, fuoco fatuo coraggioso a superare il cancello, schiarendo le balle di foraggio, le mangiatoie, l’armadio degli attrezzi e infine Lulubelle. Il dominatore del faro era su di giri, estatico e frenetico, con una voce alta e ridacchiante.

“Vieni bella, vieni qui. L’ho trovata!” gridò alle sue spalle.

Capirai l’impresa, pensò Lulubelle, ci sono solo io qui.

“Non strillare!” una voce di ragazza, ma non era Emma.

“Non strillo”

“Riprendi tutto”

“Avete aperto bene il recinto?”

“Non svegliate mio padre” eccola, la voce di Emma.

“E se lo svegliamo? Hai detto che non è armato”

“Giusto, non è che verrà fuori a puntarci contro la doppietta no? No?”

“Sarebbe meglio se lo facesse. Sai che notizia, sarebbe una bomba. Se ci sparasse addosso, faremmo il botto. Veri fori di proiettile sulla carrozzeria per far vedere al mondo come ragionano questi macellai ”

“Finitela” di nuovo Emma “non è armato, al massimo potrà tirarvi una ciabatta, è un vecchio rincoglionito”.

Lulubelle cercava di contare le voci, col faretto puntato in faccia non riusciva ancora a vederli, ma dovevano essere almeno in sei.

“Aspetta, tienila tu” il tizio col faro sembrava il capobranco “inquadrami e fai partire la diretta”

“Non eravamo già in diretta?”

“No siamo in ritardo, ma meglio così, la chat freme”

“Quanti online?”

“Duemilaseicento”

“Soltanto?”

“Sono il triplo di quanto facciamo di solito. Partiamo, prima che si stufino e se ne vadano su Pornhub”

“Sei un porco”

“Sono pragmatico. Hai un pettine? Ah lascia perdere. Sicuro che questa vacca è tranquilla?”

“Non è mica un rottweiler”

“Non ci scherzare, lo sai che le mucche ammazzano più gente ogni anno degli squali?”

“Che cazzo dici?”

“E’ la verità. Pensa a quanti incontri con gli squali possiamo fare, e quanti con le mucche, contando gli allevamenti intensivi e quanta gente ci lavora, senza contare quante mucche ci sono al mondo”

“Devi dirle in video queste cose, muoviamoci, parti con la live e andiamocene in fretta”

“Hey, dobbiamo anche liberarla” ancora Emma “non dobbiamo fare solo il video”

“Certo cara, lo sappiamo” l’altra femmina “tu avvia lo streaming e tu, sei pronto? Ti ricordi tutto il testo?”

“Certo che me lo ricordo l’ho scritto”

“Countdown partito”

“Perché cazzo non hai avvisato prima?”

“Lo sto facendo ora. Togliti i capelli dalla fronte. Quel cazzo di ciuffo, non dovevi tagliarti i capelli”

“Hai rotto il cazzo coi miei capelli”

“Sei secondi”

“Sei sec…? O cazzo”

“Tutti zitti, silenzio, due, uno, live!”

“Buonasera eco-compagni e grazie per essere stati così pazienti, sono sempre il vostro Franklin e siamo qui per compiere una buona azione” parlava il capobranco, un ragazzotto alto e dinoccolato con una specie di procione appollaiato sulla testa. Stava accanto a Lulubelle e, a differenza di lei, era perfettamente a suo agio sotto il faro. “Siamo venuti qui stanotte, nella fattoria della nostra amica Emma, per liberare Lallabelle, una mucca che ha vissuto isolata in questa stalla praticamente tutta la sua vita. Non lo stiamo facendo solo per Emma, o per… Lallabelle, lo facciamo per ispirarvi tutti a fare qualcosa per queste bestie schiavizzate dall’avidità dell’uomo. Siamo andando incontro a una catastrofe globale ma loro non vogliono ascoltarci. Sapete di chi sto parlando, i Loro sono i nostri genitori, nonni, zii, vicini di casa. Viviamo in un mondo di vecchi di merda che”

“Avevamo detto di non usare questo linguaggio”

“Zitto Bobby siamo in live!”

“Ma non dobbiamo…”

“Okey, okey” fece Franklin “sono sicuro che molti di voi non approvano questo linguaggio ma dobbiamo guardare la cruda verità. Viviamo in un mondo in cui le persone più istruite non contano niente, siamo numericamente inferiori, il potere economico è in mano ai vecchi, come il potere politico. Loro hanno i soldi, il potere, i terreni e… le bestie, gli allevamenti, non sono certo nelle mie, nelle vostre mani. Siamo quelli che patiranno le peggiori conseguenze del mondo che hanno costruito, o che si sono lasciati costruire intorno perché erano troppo pigri e menefreghisti per guardare più in là del loro praticello. Quando loro saranno morti e sepolti noi saremo ancora qui a fare i conti con la loro merda e credetemi, non è niente in confronto a quella che c’è in questa stalla. Dobbiamo ribellarci, adesso, in ogni modo possibile, prima che sia troppo tardi, rifiutando il dominio dell’uomo sull’animale, lo specismo, lo sfruttamento delle bestie. Dobbiamo, anzi dovete cambiare il vostro modo di vivere, la vostra dieta, se ancora non l’avete fatto. Noi l’abbiamo già fatto, siamo diventati erbivori, pacifici, come questa mucca, ma abbiamo ancora la capacità di ribellarci, dobbiamo averla, per il nostro bene, per quello dei nostri figli, per il pianeta, per tutte le specie animali. Dobbiamo mettere fine agli allevamenti di mucche, intensivi e non intensivi. Producono più CO2 le scoregge di vacca in un giorno che il traffico di Londra in un anno. Non dovete credere a me, andate a leggervi i dati, informatevi. Sulla Terra in questo momento ci sono un miliardo e trecento milioni di vacche”

Lulubelle non riuscì a trattenere un muggito d’incredulità. Franklin s’era ormai sciolto dal nervosismo iniziale e l’accolse con una risatina. “Esatto, cara Lallabelle, un miliardo. Lo ripeto: un miliardo-e-trecento-mila mucche, contro otto miliardi di persone. E questi otto miliardi di persone schiavizzano e sfruttano questa popolazione animale, come molte altre, ma queste bestie consumano una quantità enorme di suolo. Dovete sapere che il suolo occupato per i pascoli e gli allevamenti delle mucche è il ventiquattro per cento delle terre emerse è occupato dai bovini, non solo per i pascoli ma anche per l’enorme quantità di foraggio che serve a nutrirli. Consumano acqua, suolo, emettono più CO2 delle automobili”

“Ma questa è una stronzata”

“Sta’ zitto Bobby” disse Emma.

“Leggiti i dati. Leggeteli tutti, fate ricerca. Lallabelle qui produce sei tonnellate di CO2 all’anno. Il trentacinque per cento delle emissioni viene dalle mucche, contro l’un per cento delle automobili”

“Basta Franklin” adesso era l’altra ragazza a stizzirsi “così fai sembrare che le auto siano meglio delle mucche”

“Beh è così cazzo!”

“Non dovevamo fare una live, era meglio un video, tagliare e montare tutto, io l’avevo detto”

“Wow, la chat sta esplodendo”

“Meglio così, generiamo dibattito” disse Franklin.

Cristo, pensò Lulubelle, saranno tutte vere le stronzate che dice questo qui?

“Ma a questo punto” fece Bobby “non faremmo meglio a sterminarle queste mucche, insomma, appiccare il fuoco ai ranch o qualcosa del genere”

Più di un miliardo! trasalì Lulubelle, otto a uno per loro, ma noi siamo più grosse.

“Geniale Bobby, appiccare il fuoco” lo schernè Emma “così sì che riduciamo la CO2”

“Beh una volta sterminati non dovremo mica bruciarli tutti i giorni, se questi cagano CO2 tutto l’anno”

“Merda, ecco perché vi chiamano nazivegani” di nuovo l’altra ragazza “io me ne vado”

Più pericolose degli squali, muggì Lulubelle sempre più incredula, non ne ho mai visto uno ma mi pare godano di una certa reputazione tra gli umani. Perché noi non siamo così temute?

“Non puoi andartene Selma, guidi tu il furgone”

“Appunto, arrangiatevi. Tornate con Barry, o con Emma. È stata un’idea del cazzo comunque, stiamo commettendo un reato”

“Sei una cagasotto! Come puoi aiutare la causa con questo atteggiamento?”

“Aspetta Selma” di nuovo la voce di Emma “non c’è nessun reato, questa è casa mia, vi ho inviati io”

“La chat schizza a una velocità mai vista”

“Possiamo finire questa live?” cinguettò Franklin “sentite, visitate il nostro sito web, link in descrizione dove troverete tutte le informazioni, gli studi, adesso vogliamo liberare questa povera bestia oppressa e invitarvi a fare…”

“Chi accidenti siete e cosa state facendo qui?” ecco Padron Archibald, infine.

“Sparisci papà”

“Emma!”

“Io me ne vado” fece Bobby “vengo con te Selma, aspettami!”

“Siete un branco di cagasotto” ruggì Emma “dobbiamo liberare Lulubelle!”

“Liberarla da cosa?” disse un Henry Archibald III in preda all’affanno, Era uscito di casa in vestaglia e ciabatte, aveva raggiunto la stalla terrorizzato all’idea che dei ladri stessero rubando Lulubelle, o peggio. Stava malfermo coi piedi affondati nel letame, come tutti quanti del resto.

“Liberarla da te papà, da tutti quelli come te che sfruttano queste povere bestie”

“Cristo santo, questa sarà la mucca meno sfruttata di tutta l’Inghilterra e tu e questi… questi… punk vi presentate nel cuore della notte come se fosse Fuga da Alcatraz?”

“Io non sono un punk vecchio bastardo” ruggì Franklin improvvisamente aggressivo, riprese il controllo della videocamera e alternò a turno la sua faccia e quella di Henry Archibald “è di questo che parlo quando dico che siamo nelle mani dei vecchi! Sono quelli come lui che vogliono riportarci indietro di un secolo, sono quelli come lui che hanno votato la Brexit”

“Ma che cazzo ne sai tu di che ho votato io? Se proprio lo vuoi sapere ho votato per restare, ma perché mi sto giustificando con un… un… non so nemmeno chi cazzo sei”

“E’ il mio ragazzo!” disse Emma con orgoglio.

“Aaaah, tanto piacere, ora te lo porti via o lo devo mandare io affanculo fuori dalla mia stalla?”

Lulubelle non aveva mai sentito il padrone dire tante parolacce tutte insieme, non in tempi recenti almeno. Di solito inveiva con pacatezza mentre sfogliava il giornale, non l’aveva mai sentito litigare a quel modo con un essere umano, né s’era mai comportato da cafone con alcuna bestia.

“La tua stalla? È la stalla di Lulubelle” precisò Emma.

“Sì, quella in cui tu non sei mai entrata perché la signorina non sopportava la puzza. Non ti è mai importato niente di Lulubelle e tutt’a un tratto diventi una paladina del bestiame?”

“Vaffanculo papà!”

“Sì, vaffanculo vecchio bastardo”

“Cristo datevi una calmata è solo un vecchietto”

“E’ un macellaio carnivoro ecco cos’è”

“Siete due stronzi e… oddio che ha? Si sente male? Ah io me ne vado”

Henry Archibald III si mosse lentamente, barcollando come se gli avessero sparato. Solo Lulubelle ebbe la sensazione d’aver sentito il rumore dello sparo, immaginario, ma dall’effetto reale. Padron Archibald allungò la mano verso Lulubelle per farle sentire che era tutto a posto, che poteva stare tranquilla e lui l’avrebbe protetta, anche se lei aveva affrontato la follia degli ultimi minuti con tranquillità sorprendente, coccolata dalle esaltanti novità riguardanti i bovini nel mondo, il loro numero, la loro pericolosità, e il fatto che gli umani sembravano temerli capaci dell’Apocalisse. Lulubelle non s’era mai sentita così al sicuro ma la certezza vacillò al vacillare di Padron Archibald che le si appoggiava tentando di cingerle il dorso, come volesse montarle in groppa. Sentì la mano che cercava di afferrarle il pelo, un adunco artiglio d’osso che scivolava senza appiglio mentre sussurrava qualcosa, un verso di quella canzone che canticchiava quand’era triste: “as the warm night falls… so strange… sing to me.. sing to” e cadde, riverso su un letto di letame e paglia.

Respirava ancora, boccheggiando, il volto madido sotto l’occhio spietato della videocamera che ancora trasmetteva in live. L’evidenza dell’accaduto fece piombare il silenzio nella stalla. Henry Archibald III stava morendo sotto i loro occhi, sotto il faro acceso di una piccola telecamera che trasmetteva i suoi ultimi istanti a un pubblico di estranei. Finì con una luce, come Henry Archibald III aveva sempre pensato sarebbe finita.

Franklin continuava a riprendere, impietrito dal terrore di trovarsi lì, da intruso, ad assistere alla morte di un uomo di cui era forse responsabile. Emma – che non era la sua fidanzata – impiegò un buon minuto prima di inginocchiarsi al cospetto del padre, solo dopo che Lulubelle si era chinata a fiutarne il viso. Emma toccò il corpo del padre come avrebbe fatto con un cane morto, puntando due dita sul petto e ritraendole con timore, ripetendo il gesto una seconda volta. Lulubelle le stava respirando i capelli che la vita londinese non era riuscita a privare di quel profumo di cereali, o forse era stata la dieta vegana a preservarlo negli equilibri del corpo nutrito a cereali e verdure nobili. Ad un occhio poetico sarebbero sembrate due sorelle al capezzale del padre, non a quelli di Lulubelle che in un purificante attimo di lucidità seppe cosa fare del collo di quella piccola stronza viziata: spalancò la bocca più che poteva, e l’addentò con tutte le sue forze.

Il collo di Emma era tanto lungo e tanto esile da rientrare con precisione sorprendente tra quelle mascelle erbivore per nulla timorose della consistenza filamentosa della carne e la durezza delle vertebre più in fondo. Sembrava che quelle mascelle poderose si fossero allenate per quel momento. Anno dopo anno, sei ore di masticazione al giorno, strappando erba, triturando cereali teneri e cereali duri, sminuzzando fino a ridurre in poltiglia foraggio secco e foraggio umido. Altre dieci ore di esercizio di ruminazione, per mantenere i muscoli forti, sempre allenati, duri come l’acciaio. Emma si contorse per pochi secondi sotto il morso d’acciaio, forse in tempo per sentire le vertebre staccarsi e l’impasto di midollo, muscolatura, esofago e sangue risalirle la bocca riempita in un’esplosione di rigogliosa carne viva e grondante, riversandone gocce e brandelli sul volto del padre, strascico dell’odio che gli aveva vomitato addosso per l’ultima volta.

Quando Lulubelle aprì la mandibola, il corpo inerte di Emma s’accasciò come un sacco di patate. Nel silenzio si fece strada un frinire aspirato, un suono che passava dai denti di Franklin, lì attonito con la videocamera accesa a rischiarare ora i corpi a terra, ora il volto enorme di Lulubelle. Un volto bianco contornato dalla pezzatura nero intenso intorno agli occhi acquosi e accesi come quelli d’un felino apatico, fissi, silenti. Il pelo sullo scivolo ripido ch’era la sua fronte brillava anch’esso, bianco e lucido fino alla macchia scura che contornava narici rosate il cui rossore sanguigno traboccava dalle labbra abbondanti, deformate dall’incessante rumino della mandibola.

Franklin non urlò, si limitò ad abbassare la videocamera, lasciando che l’oscurità inghiottisse la testa di Lulubelle come nella speranza di poter cancellare l’assurdità della visione, in attesa di sollevarla nuovamente e trovare un placido bovino, magari piangente e mugghiante per il padrone appena morto. L’ultimo sguardo di Franklin fu alla schiena di Emma, contorta in una posa innaturale, poi la videocamera guizzò in aria, si staccò dalla sua mano e ricadde. Franklin sentì lo scrocchio sordo che gli distruggeva le interiora, uno scatto d’ossa rientrate a tenaglia, affondate come una morsa tra i suoi principali organi vitali. Franklin ripensò al suo cane, Rocky, che correva dietro all’auto della mamma, la raggiungeva, sbatteva contro il cerchio e rotolava via col sangue alla bocca. Il veterinario disse che le costole gli avevano perforato i polmoni.

“E’ così” sussurrò Franklin “che dev’essersi sentito”

Lulubelle fissò gli ultimi, gorgoglianti respiri di Franklin con un misto di stupore e soddisfazione. Quant’erano fragili, gli umani. Aveva caricato da distanza ravvicinata, appena un passetto, zoccoli posteriori ben saldi, uno slancio secco in avanti come un toro alla monta. Oh sì, era così che dovevano sentirsi quando colpivano. Era una bella sensazione, pensò Lulubelle. Muscoli tesi, un colpo netto, facile. L’aveva centrato in pieno. Non gli aveva nemmeno bucato il torace, Franklin era così mingherlino che le corna avevano appena sfiorato le costole sotto le ascelle, nello spazio vuoto accanto alle braccia, pestando la gabbia toracica senza un filo di muscolatura pettorale ad attutire il colpo. Osso su ossa. Crunch.

Accasciato di schiena, mentre sentiva i polmoni inondati dai suoi fluidi corporei, Franklin pensò con una nota di sollievo a come questo fosse normale. Così, era così che le mucche uccidevano più spesso gli uomini. L’aveva letto nelle sue ricerche. Li calpestavano o li schiacciavano tra i fianchi della mandria, le più agili scalciavano con gli zoccoli posteriori, e le testate erano un classico. Una questione di massa, di goffaggine, e d’istinto più che d’intenzione. Era naturale. Era rassicurante. Non come quello che aveva visto accadere ad Emma. Quello no. Era innaturale. Era terrificante.

 

Fuori dalla stalla la notte era calma, Lulubelle vedeva la sua ombra allungarsi dal faro della videocamera alle sue spalle. Guardò la cascina con occhi severi. Catherine Archibald dormiva ancora. Non s’era accorta di niente. Il recinto era aperto. C’era solo il Qashqai di Emma. Gli altri partecipanti alla disastrosa spedizione erano svaniti nella notte. Lulubelle non poteva restare, non ora che Padron Archibald era morto, non ora che aveva ucciso due persone. L’avrebbero abbattuta, ma prima dovevano trovarla e non si sarebbe lasciata condurre docilmente al macello come ogni altra vacca stolta d’Inghilterra. Non era un cinghiale, un lupo, o un terrorista. Niente che gli uomini avrebbero sparato a vista. C’era qualcosa di potente in secoli di schiavitù silenziosa, se i soli a non capire la fine di quell’epoca erano gli schiavisti. Lulubelle aveva assaggiato il sangue, e quel gusto afrodisiaco le fece provare per sé stessa un fascino mai immaginato prima. Le veniva voglia di figliare, adesso che aveva qualcosa d’importante da poter insegnare e tramandare, ai suoi piccoli e a tutte le vacche e buoi d’Inghilterra. Un miliardo. Più d’un miliardo di bovini nel mondo. Se solo avessero saputo quanto numerosi e quanto mortali fossero. Lulubelle ripensò all’India. Là le mucche vivevano in pace con gli uomini, venerate. Chissà come avevano vinto la loro battaglia, era stata una vittoria non violenta? Come per Gandhi? Che Paese, l’India, ma non c’era da crogiolarsi in sogni d’avventure in giro per il mondo. Lulubelle era inglese e fiera di esserlo, e l’Inghilterra era un’altra storia. Il suolo natio era una terra di barbari che mungevano e macellavano i suoi simili tanto più mortali degli squali, e tanto poco temuti. Gli serviva solo un’ispirazione, un esempio biblico come il morso d’un frutto proibito fatto di carne, una ribellione al dio bipede.

Giù per la sterrata, un passo alla volta. C’erano tante fattorie lungo la strada, tanti a cui portare il verbo. Laggiù, un furgoncino fermo, animato da mugugni umani post-monta. La sonorità era familiare, forse gli stessi rivoluzionari falliti al seguito di Emma? Tanto meglio. Se aveva ben capito, erano umani d’una specie nuova, erbivori per scelta, e perché non fargli capire cosa si provava a stare da quel lato della catena alimentare. Il maschio se ne stava laidamente eretto con le terga stampate sul cofano del camioncino, il volto acceso d’arancio al tiro della sigaretta. Guardava Lulubelle avvicinarsi, nient’affatto impaurito, anzi tendeva la mano per farla avvicinare. Non ebbe la cortesia di metter via la cicca. Lulubelle sfidò il puzzo del tabacco e diede un morso secco. Le ossa del polso le esplosero sotto i denti, sentì i molari inferiori toccare quelli superiori, ma la mano non si staccò. Poco male, perché le urla del ragazzo avevano riempito la notte. C’era qualcosa di soddisfacente in tanta disperazione. Il grido si trasformò in un nome: Selma. Lulubelle aveva proprio incrociato i fuggiaschi della cricca e mentre Selma cercava di esaminare la mano stritolata di Bobby, Lulubelle la schiacciò contro il cofano della macchina. Finire Bobby fu più difficoltoso, era corso via ma le asperità della campagna punirono i suoi piedi nudi e mollicci da ragazzo di città. Lulubelle lo raggiunse presso la cunetta a bordo strada e lo calpestò con pigro sadismo mentre un’alba sorprendente schiariva la scena. Era presto per il sorgere del sole, infatti si trattava d’altro, un fuocherello scaturito presso il furgoncino che già ne divorava gli pneumatici. Una lingua di fuoco avanzava intraprendente sui cespugli secchi a bordo strada. Lulubelle procedette rapida per la sterrata, presso il primo sentiero che svoltava controvento.

L’estate secca aveva ridotto gran parte dei pascoli a scialbe distese gialloverdi. L’incendio avvampò famelico e a quell’ora della notte gli uomini avrebbero impiegato parecchio per domarlo. Lulubelle non era preoccupata per le fattorie della zona, fiduciosa che alla vista del fuoco gli uomini avrebbero tratto in salvo le bestie più preziose: le vacche, più dei buoi, più dei vitelli e dei maiali. Lulubelle sarebbe emersa dal fumo e dalla distruzione. Avrebbe poi raccontato con orgoglio gli eventi di quella notte, com’era iniziato l’incendio e quel che di più grande c’era da iniziare per il bene di tutte le vacche. Ettari di pascoli sarebbero andati in fumo ma non aveva importanza. La fame le avrebbe rese più feroci.

​

Fine?

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